domenica 18 luglio 2010

Meccanica della rondine


Dava l'impressione di essere un rito. O una qualche specie di rappresentazione. Comunque privata, incurante degli occhi che guardavano, dei miei occhi che stavano ad osservare quasi ogni dettaglio di quella meccanica perfetta e sinuosa.
Erano le 7 di mattina e io aspettavo di cominciare a lavorare. Avevo la testa piena di pensieri, pensieri che conosco fin troppo bene, ma che ritornano regolarmente a ricordarmi la mia situazione. Le rondini se ne fregavano di tutto questo, e anche giustamente. Loro erano prese da quel loro balletto aereo, caotico e imprevisto. Però avevo sempre la sensazione che ci fosse un equilibrio, sottinteso ad ogni virata e allo sbattere delle loro ali. Erano 8, almeno così ho contato. In certi momenti si muovevano tutte assieme, ogni curva era sincronizzata. Poi si dividevano, o singolarmente o in coppia. In coppia sembrava che si creasse una gara di velocità e abilità, si poggiavano un attimo su di un muro e ripartivano.
Non vedevo i dettagli dei loro corpi, erano solo piccole macchie nere che vorticavano infaticabili. Ogni tanto passava anche qualche piccione e io notavo subito la differenza che c'era tra i due uccelli. Il volo del piccione era un semplice e pragmatico andare da un punto ad un altro, sicuramente alla ricerca di cibo. Le rondini invece non superavano mai i confini del loro palco. Volavano per il semplice gusto di farlo, tentavano combinazioni sempre diverse. C'era una fessura sopra la serranda di una finestra che le attirava. Ci entravano dentro, sempre per poco, ma ci andavano regolarmente. Così mi venne la curiosità di capire cose ci fosse di così speciale in quella fessura. Magari una qualche specie di sipario dietro le quali si nascondevano per poi riapparire. Ma questo è voler forzare la realtà delle cose, volergli dare un nome a me comprensibile. In realtà quella non era una rappresentazione. Non c'era studio dietro. Loro volavano e lì si fermava tutto. Erano incuranti di me che li guardavo, dei miei pensieri e delle mie interpretazioni.
Per questo motivo le ho invidiate.

Direttrici di movimento


Restare indietro,

per essere sicuri di non dimenticare

niente per strada.

Comunque andare avanti,

pur con il peso dell'immobilità

che ci schiaccia e vuole

seppellirci.

Una marcia lenta e silenziosa,

soltanto il rumore delle giunture

che scricchiolano,

che minacciano di cedere

ad ogni passo.

Ma non c'è da dargli importanza,

noi proseguiamo rettilinei,

sforzandoci di sorridere e salutare,

fingendo che la nostra sia solo

una passeggiata.

domenica 21 giugno 2009

Il tempo ha bisogno di novità


Prendere un corpo umano e praticargli un foro.
Appenderlo e fare scolare ogni suo liquido,
una goccia al secondo, a ritmo,
con l'intenzione di comporre una musica.
Ogni goccia un secchio diverso,
anche un bicchiere,
plurale bicchieri,
così da non confondere,
così da salvare ogni momento.
Il tempo vuole cambiare sostanza,
vuole diventare cibo nutriente ed essere mangiato,
è stanco della sua purezza,
della sua impalpabilità,
vuole essere semplice come un pezzo di formaggio.

domenica 8 febbraio 2009

Personaggi (ovvero La Finzione Scenica)

Se cliccate sopra al player potrete leggere il testo molto più comodamente. Cià...

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giovedì 15 gennaio 2009

Tentativo antiretorico

Cade,
è solo pioggia,
questo lo vedo.
La Poesia vorrebbe che gli dessi un nome,
che spiegassi che è solo un segno
e che dietro c'è tutta la verità
o almeno la sensazione della verità.
Guardare in profondità,
scoprirne lo scheletro
e le fibre tremolanti.
Ma è solo pioggia che cade,
si può vedere tutti i giorni.

domenica 4 gennaio 2009

Romanticismo

Mi piacerebbe saper credere in un segno,
un segno nero,
una sagoma veloce di notte
che vola tra i balconi
e grida non si capisce cosa...
forse dolore, disperazione,
forse soltanto suono inarticolato,
ma comunque suono,
comunque vita.
Credere che quel segno
(mio, privato)
significhi qualcosa,
credere che non sia
solo
un
caso.

Fisionomia come ricerca dell’anima

A volte mi chiedo...
dovrei chiedere a qualcuno,
se il mio viso,
la mia traccia esteriore,
pesante 88 kg,
strato su strato
di grasso e sangue,
cellule nella loro (quasi) perpetua sostituzione...
vorrei sapere se in tutto questo
vi è inciso qualcosa,
una linea che si possa dire unica
o segno della mia identità.

Frammento di materia onirica

Il sogno è un'utopia

dove tutto ha una collocazione

ma non uno scopo.

Il suo soggetto è la semplice e pura idea,

che può diventare carne,

la carne di un fantasma.

Annotazioni per una futura e più godibile religione


Se non c'è verità

può sopravvivere solo il riso,

impenitente

e sfacciato

riso.

Nessuna delusione,

solo

il continuo dispiegarsi

di file di denti

e deformazioni facciali.

Rimane a volte la paura,

ma in forma mortificata,

infantile

capriccio

notturno.

Rendiamo grazie

alla bugia

e l'incertezza.

La vanità dei gesti assoluti

A volte succede che certe persone ti riappaiono davanti,
persone che avevi cancellato,
obliato.
Il tuo era stato un gesto assoluto,
definitivo,
e la mente si era uniformata cancellandone il nome,
come per dire l'identità.
Loro non sanno che in parte non sono esistiti,
ma lo stesso si sono ribellati.
Questa loro ribellione vanifica il tuo gesto,
la tua decisione,
e così capisci che non sei dio.

L’atono rumore dell’atomo (ovvero Il consiglio del buffone)

Prendi atto che le cose esistono,
l'atomo che sempre è,
instancabile.
Esistono non per il tuo personale diletto,
nonostante ti piaccia l'idea
e il modo in cui è messa sulla carta.
Il motivo è oscuro,
racchiuso nella continua rivoluzione
di protoni ed elettroni,
semplice e divertente movimento.
La sterilità delle formule
e dei sofismi
non ti dirà niente,
le labbra si muoveranno silenziose.
Di gran lunga preferibile
non sapere,
non chiedersi niente,
sforzarsi soltanto di esistere.
Questo è il mio unico consiglio...

Vedere, vedere tutto

L'occhio dello straniero è più acuto,
curioso.
Accoglie la luce,
tutta la luce
che riesce a reggere,
e gira,
si muove continuo ed instancabile,
frenetico.
Qui e ora, sempre.
Avere un occhio così fino
sarebbe una benedizione,
mi salverebbe,
mi farebbe capire...

Concezione storica

Prendere il passato
ed analizzarlo,
spezzettarlo in piccole frazioni,
atomi,
elettricità.
E forse, se si è fortunati,
quei momenti ritornano,
ridiventano presente per un secondo,
e i sensi riaccolgono
ciò che era.

La scoperta dell’acqua calda

Spezzami le ossa,
colpiscimi e fammi sentire
lo scricchiolio
delle mie ossa.
Non avere paura,
io non sentirò
niente.
Voglio vedere se dentro
c'è qualcosa,
voglio che anche tu veda.
Bucami il petto
e infila
la mano.
C'è niente?
Si sente qualcosa?
Neanche una goccia
di sangue,
nessun ritmo,
nessun dolore.
E allora mi viene da ridere,
è così divertente,
questa è la verità
alla fine,
su questo
si basa tutto.
O è meglio dire
niente?

Guadagnare grazie al nulla

A volte mi chiedo:
ma ha alcun senso che io aspetti che qualcuno mi ami?
Comincerò forse a vivere?
Non lo so, e poi chi l'ha detto che devo cercare di essere felice?
C'è la possibilità che questo non avvenga, forse non sono stato prescelto per avere questo privilegio.
Ho sempre avuto invece la presunzione che io queste cose le avrò,
che me le merito per come sono,

per la mia mente sopraffina forse.
Dovrei concentrarmi su qualcos'altro, scrivere per esempio,
continuare a scrivere a proposito del niente e guadagnarci soldi se è possibile.
Sarebbe una bella prospettiva, un esempio di inutilità remunerativa.
E forse lì sarei soddisfatto e non aspetterei più niente perché le cose che volevo
sarebbero già arrivate.

Nessun consiglio da dare

Questo è il momento in cui griderei volentieri per la noia.
Non c'è niente di notevole che io possa raccontare,
niente aneddoti insomma.
Nessun consiglio da dare, nessuna scintilla da fare uscire fuori.
Neanche infelicità o dubbi,
che comunque sarebbero argomenti su cui poter discutere.
Nessuna donna,
forse una,
ma comunque nessuna.
Sto seduto, sempre seduto
e non c'è niente di cui mi lamento,
divertente, no?

Esorcismo


Morirò nel sogno, morirò sul serio, morirò per divertimento, morirò nel sangue, morirò insieme al mondo, morirò mangiando carne, morirò tutti i giorni, morirò dormendo, morirò ad una certa ora, morirò con l'idea di dover vivere ancora, morirò tossendo, morirò schiacciato dalla luce del sole, morirò la morte più bella, morirò e sarò cibo per vermi, morirò d'amore, morirò perdendo dei soldi, morirò come muoiono tutti, morirò sotto la doccia, morirò nutrendomi bene, morirò alla stessa ora in cui sono nato, morirò in maniera imbarazzante, morirò e la mia morte farà morire tutti, morirò tra le braccia di dio, morirò con la penna in mano, morirò ora, morirò e non ci crederò, morirò in mezzo al mare, morirò di vita, morirò nascondendomi, morirò due e più volte, morirò per la patria, morirò di morte apparente, morirò vicino ad una chiesa, morirò come speravo, morirò di paura, morirò mentre scrivo la mia poesia più bella, morirò stanco di tutto, morirò dopo aver detto a qualcuno ti amo, morirò disprezzato, morirò pieno di debiti, morirò ubriaco, morirò pieno di salute, morirò senza fede, morirò senza alcun rumore, morirò in lacrime, morirò espellendo feci gloriose, morirò pazzo, morirò in un posto disgustoso, morirò in fiamme, morirò mentre annuso fiori multicolori, morirò con una parte del corpo in meno, morirò e i miei occhi vedranno la luce, morirò dentro un cinema, morirò per una distrazione, morirò per non dire più una parola, morirò completamente consapevole, morirò vestito male, morirò precocemente, morirò cadendo da una bicicletta, morirò parlando una lingua straniera, morirò e sarò dimenticato, morirò accarezzando un cane, morirò con uno starnuto, morirò con la schiena spezzata, morirò quando vorrà un altro, morirò per andare all'inferno, morirò di noia, morirò congelato, morirò e il mio cuore batterà ancora, morirò in una posizione molto comoda, morirò stando in fila alla posta, morirò perchè me lo meritavo, morirò su questa terra, morirò tenendo un discorso pieno di sciocchezze, morirò con una pallottola nel cervello, morirò senza un graffio, morirò pulito e profumato, morirò solo per vedere se le bare sono comode, morirò in un giorno di festa, morirò con l'alito cattivo, morirò con la gola tagliata, morirò in piedi, morirò certamente, morirò credendo nella bontà umana, morirò odiando qualcuno, morirò a cent'anni, morirò con tante cose da fare ancora, morirò avvelenato, morirò nel modo più spettacolare, morirò senza aver lasciato niente a nessuno, morirò aspettando che succeda qualcosa, morirò in preda al panico, morirò per essermi svegliato alle 7 di mattina, morirò con 5 litri di birra nello stomaco.

Venezia divinorum


La giornata dopo comincia con la neve. Non proprio neve, si potrebbe dire nevischio, ma comunque cade in una successione continua. È quasi rilassante vedere la sua caduta. Andiamo a fare colazione. Ci sono tutti gli altri clienti dell'albergo, hanno l'accento veneto ma non tutti. Ci sono anche stranieri e mi sento più in sintonia con loro, siamo nella stessa situazione di estranei. Mi conforta un po'. Mangio con gusto cose che non mangio mai. Burro, marmellata, succo d'arancia. In genere non faccio mai colazione ma in questo caso ho un immenso piacere. Finiamo la colazione ed usciamo. Abbiamo gli ombrelli e il freddo è tutto intorno a noi. Il traffico di gente è aumentato rispetto alla notte. Sembra tutta la stessa gente ma io non ho occhio per le differenze. Ma a sentirli parlare si capisce chi sono, turisti, maree di turisti, di tutte le genie e corporature. I veneziani sono di meno, le strade per loro non hanno la stessa attrattiva. Per cercare di orientarci abbiamo una cartina però la nostra passeggiata rimane comunque intricata. La cartina quasi vola via per il vento. Io un pò mi snervo, comincio ad avere repulsione. Francesca invece è tranquilla e cammina seguendo l'istinto. Io la seguo senza far caso a dove si vada e per quanto mi riguarda possiamo anche perderci. La nostra meta sarebbe S. Marco e pare che ci avviciniamo. C'è gente pitturata sul viso, ci sono pure maschere. Ma questa gente non è in un numero rilevante. Il fatto di lasciarmi andare al flusso mi piace. Non c'è bisogno di una meta, tutto è nuovo e tutto può essere una meta. Non so praticamente niente di Venezia, niente della sua storia o cultura. Non mi sono mai informato. Ma questo non è un problema. Io non voglio sapere niente, niente di detto o scritto. Tento di farmi attraversare dalla sua anima. Ancora non ci riesco, ma aspetto, nonostante l'insieme delle cose mi innervosisca e infiacchisca. Francesca è tutta presa dai suoi pensieri. Mi ascolta con poca attenzione. Sembra attenta a tutt'altro. Forse lei riesce a farsi attraversare dall'anima della città. La invidio ma vorrei pure parlarle anche se non so di cosa. Continuiamo a camminare, è l'unica cosa certa. Tutto a me appare uguale, uguale perché nuovo. Solo con l'esperienza ci si può accorgere delle differenze. Per me è tutto un insieme, un agglomerato. Tutto omogeneo e comunque mi affascina. Ma il viaggio non lo sta facendo soltanto la mia mente. Pure il mio corpo ne gode qualcosa. Mi guardo un po' intorno, da tutti i lati. Cerco qualcosa che mi gratifichi gli occhi. Trovo più interessanti le straniere, vorrei fermarle e fare conoscenza. Ma Francesca con il suo flusso incessante mi trascina e io non ho molto tempo di pensare a come gratificare il mio corpo e la mia repressa smania sessuale. Saliamo su un ponte più grande degli altri. È pure il più famoso, mi pare si chiami Ponte di Rialto. Sta sopra il canale più largo. È un'attrazione ma a me questo non interessa. Riconosco di non avere alcun istinto da turista, non mi tocca affatto tutto quello che interessa agli altri. Francesca mi chiede: "E allora perché sei venuto se non ti interessa quasi niente?", "Non ti so dire, non lo capisco neanch'io, forse non sono tagliato per il viaggio. Almeno, la cosa che non voglio è essere un turista, mi pare così banale. Ma credo che questa sia l'unica maniera di viaggiare. O almeno l'unica che mi viene in mente". Dopo un po' che siamo sul ponte Francesca decide che ha freddo. Sotto è vestita solo con una gonna e delle calze pesanti. "Avrei dovuto mettermi i pantaloni." Io le do ragione. Mi dice che vorrebbe tornare all'albergo per cambiarsi. Mi dice anche che se voglio posso andare avanti da solo, mi da la cartina e poi mi raggiunge. Anche con la cartina ho la sicurezza di perdermi e l'idea non mi piace. Perciò le dico che ritorno con lei all'hotel. Il ritorno non è meno difficile dell'andata. Ci fermiamo spesso a controllare la cartina. Facciamo alcuni giri a vuoto, tutto un andare avanti e indietro e io impazzisco e maledico questa fogna di città. Comunque dopo un po' si trova la strada giusta. Rientriamo nell'hotel e andiamo in camera. "A me andrebbe di riposare un po', sono stanco," dico io come un lamento. Per Francesca va bene. Poi propone di fumare la salvia che abbiamo comprato prima di partire. Io dico di si. Allora mi metto a preparare la bonga a Francesca perché sembra impaziente di fumare. Quindi fuma affacciata alla finestra per non creare troppa puzza nella stanza. Se ne rientra e si siede sul suo letto. Mi dice che non le ha dato un buon effetto, non è soddisfatta. Allora mi metto a preparare per me. Me ne vado alla finestra e comincio a fumare. Prima accumulo il fumo, poi faccio l'ultimo tiro forte. Solo che sbaglio, non trattengo il fumo. L'effetto che ne viene è scadente. Sento solo qualche pizzico sulle braccia e nient'altro. L'altra volta che avevo fumato la salvia mi era piaciuto di più, avevo la sensibilità leggermente più fluida, le sensazioni erano nuove e strane. Quindi non mi sento soddisfatto e voglio riprovare. Preparo un'altra bonga e questa volta la fumo per bene. Chiudo la finestra e mi metto sul letto. Adesso è diverso, sembra la giusta sensazione. Ma questa è l'ultima cosa che penso e che so di aver pensato. Poi è tutto sfasato, non vedo più la mia realtà. I suoni sono ripetuti, non controllo più le orecchie, fanno quello che vogliono. Perdo il controllo di tutto ed è terrificante, dimentico le cose e il tempo e lo spazio è come se si frantumassero. Le immagini mi si schiacciano sul viso in continuazione e niente vuole stare fermo. È come un fotogramma ripetuto che mi schiaffeggia. E io non so come fermare il giro, è tutta una giostra. Io sono terrorizzato di essere rimasto bloccato in questo posto e non so come ci sono arrivato. Credo di vedere delle gondole rosse e mi pare che ci siano altre persone. Su una delle gondole c'è una dama settecentesca e non so chi è e credo che mi rida addosso. Ho la strana sensazione che sia tutta una pubblicità di supermercato. Faccio di tutto per liberarmi, altrimenti so che o impazzirò o morirò del tutto. Però continua, continua il vortice, non ricordo ma forse era pieno di immagini tremolanti, di linee fumose senza una sostanza, e tutto era flusso e corrente. Io sono terrorizzato. Grido basta o almeno mi pare di gridarlo. Poi comincia a liberarmisi la vista. Rivedo Francesca che mi guarda strano. Mi tende la mano e io con grande sforzo la afferro, per cercare di fermare me e il vortice che mi ha preso. Lei cerca di parlarmi ma non riesco a sopportarlo. Ascoltare mi rende pazzo. Però le tengo la mano e tento di contenere le sensazioni. I sensi sembra che ritornino al loro posto. Provo a parlare per spiegare l'esplosione che mi ha preso ma ho problemi ad articolare le parole, incespico sulla lingua. Non provo nessun dolore fisico, c'è solo la confusione più assoluta e violenta. Mi prende pure un caldo soffocante, cerco di togliermi i vestiti. Provo a distendermi sul letto ma non posso stare fermo. Comunque la violenza si affievolisce e prendo a calmarmi. Vedo tutto come mi ricordavo e mi viene in mente che avevo fumato. L'avevo completamente dimenticato. Adesso mi prende l'urgente bisogno di spiegare, di provare a descrivere. Cerco di dire a parole ma capisco che è inadeguato. Mi faccio confuso, appassionato, devo riuscire a far capire che m'è successo. "Il mio buon senso mi dice di non toccare più la salvia," dico a Francesca, "e sarei anche più tranquillo se non la toccassi neanche tu." È vera preoccupazione, non voglio che lei provi lo stesso. Quasi le imploro di buttare la salvia rimasta, non voglio che si tocchi più. Continuo a parlare ed è piacevole sentire che l'effetto se ne sta andando. Adesso sono libero e sano, quasi felice. Francesca da parte sua mi dice cosa ha visto dall'esterno ed è curioso non saperne niente. Dice che si sentiva un po' in colpa perché non riusciva ad aiutarmi. E io le sono comunque grato. Per adesso preferisco starmene in stanza, non voglio uscire, ho paura delle mie possibili reazioni all'aperto. Passano un po' di minuti e alla fine ritorno normale e tranquillo. Dico di uscire ed usciamo a respirare l'aria.

Il dubbio dell'attore


Dubbio,
continuo dubbio,

martellante e sempiterno dubbio,

dubbio di non possedere alcuna verità,

dubbio teatrale,

dubbio che ogni mio fiato sia una battuta,

già scritta e pensata,

artificio e bugia,
posa inerte

di marionetta.

Un dolce peso


La mia piccola libreria comincia ad essere,
appunto,

troppo piccola.
I libri vanno a poco a poco spargendosi nella stanza,
occupando il loro polveroso posto.
Ammonticchiati uno sull'altro formano pile irregolari

e traballanti che è meglio non toccare.
E l'ordine, l'unico che io concepisco,

quello dei libri,

si sfalda
e così
mi ritrovo a dover camminare in punta di piedi
per non farmi franare addosso questo cartaceo peso.

In fondo io non mi lamento

dato il mio attaccamento,

il mio libresco feticismo
alla carta e al suo chimico odore,
eh si, odore di carta vecchia
che a me ricorda quello della vaniglia,
odore di inchiostro fresco di stampa,

odore di colla e pensiero rappreso.

E mi sorprendo sempre della falsa inerzia
che ha tutto questo,
della materia di cui è composto

e del segreto che trattiene al suo interno.