domenica 21 giugno 2009

Il tempo ha bisogno di novità


Prendere un corpo umano e praticargli un foro.
Appenderlo e fare scolare ogni suo liquido,
una goccia al secondo, a ritmo,
con l'intenzione di comporre una musica.
Ogni goccia un secchio diverso,
anche un bicchiere,
plurale bicchieri,
così da non confondere,
così da salvare ogni momento.
Il tempo vuole cambiare sostanza,
vuole diventare cibo nutriente ed essere mangiato,
è stanco della sua purezza,
della sua impalpabilità,
vuole essere semplice come un pezzo di formaggio.

domenica 8 febbraio 2009

Personaggi (ovvero La Finzione Scenica)

Se cliccate sopra al player potrete leggere il testo molto più comodamente. Cià...

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giovedì 15 gennaio 2009

Tentativo antiretorico

Cade,
è solo pioggia,
questo lo vedo.
La Poesia vorrebbe che gli dessi un nome,
che spiegassi che è solo un segno
e che dietro c'è tutta la verità
o almeno la sensazione della verità.
Guardare in profondità,
scoprirne lo scheletro
e le fibre tremolanti.
Ma è solo pioggia che cade,
si può vedere tutti i giorni.

domenica 4 gennaio 2009

Romanticismo

Mi piacerebbe saper credere in un segno,
un segno nero,
una sagoma veloce di notte
che vola tra i balconi
e grida non si capisce cosa...
forse dolore, disperazione,
forse soltanto suono inarticolato,
ma comunque suono,
comunque vita.
Credere che quel segno
(mio, privato)
significhi qualcosa,
credere che non sia
solo
un
caso.

Fisionomia come ricerca dell’anima

A volte mi chiedo...
dovrei chiedere a qualcuno,
se il mio viso,
la mia traccia esteriore,
pesante 88 kg,
strato su strato
di grasso e sangue,
cellule nella loro (quasi) perpetua sostituzione...
vorrei sapere se in tutto questo
vi è inciso qualcosa,
una linea che si possa dire unica
o segno della mia identità.

Frammento di materia onirica

Il sogno è un'utopia

dove tutto ha una collocazione

ma non uno scopo.

Il suo soggetto è la semplice e pura idea,

che può diventare carne,

la carne di un fantasma.

Annotazioni per una futura e più godibile religione


Se non c'è verità

può sopravvivere solo il riso,

impenitente

e sfacciato

riso.

Nessuna delusione,

solo

il continuo dispiegarsi

di file di denti

e deformazioni facciali.

Rimane a volte la paura,

ma in forma mortificata,

infantile

capriccio

notturno.

Rendiamo grazie

alla bugia

e l'incertezza.

La vanità dei gesti assoluti

A volte succede che certe persone ti riappaiono davanti,
persone che avevi cancellato,
obliato.
Il tuo era stato un gesto assoluto,
definitivo,
e la mente si era uniformata cancellandone il nome,
come per dire l'identità.
Loro non sanno che in parte non sono esistiti,
ma lo stesso si sono ribellati.
Questa loro ribellione vanifica il tuo gesto,
la tua decisione,
e così capisci che non sei dio.

L’atono rumore dell’atomo (ovvero Il consiglio del buffone)

Prendi atto che le cose esistono,
l'atomo che sempre è,
instancabile.
Esistono non per il tuo personale diletto,
nonostante ti piaccia l'idea
e il modo in cui è messa sulla carta.
Il motivo è oscuro,
racchiuso nella continua rivoluzione
di protoni ed elettroni,
semplice e divertente movimento.
La sterilità delle formule
e dei sofismi
non ti dirà niente,
le labbra si muoveranno silenziose.
Di gran lunga preferibile
non sapere,
non chiedersi niente,
sforzarsi soltanto di esistere.
Questo è il mio unico consiglio...

Vedere, vedere tutto

L'occhio dello straniero è più acuto,
curioso.
Accoglie la luce,
tutta la luce
che riesce a reggere,
e gira,
si muove continuo ed instancabile,
frenetico.
Qui e ora, sempre.
Avere un occhio così fino
sarebbe una benedizione,
mi salverebbe,
mi farebbe capire...

Concezione storica

Prendere il passato
ed analizzarlo,
spezzettarlo in piccole frazioni,
atomi,
elettricità.
E forse, se si è fortunati,
quei momenti ritornano,
ridiventano presente per un secondo,
e i sensi riaccolgono
ciò che era.

La scoperta dell’acqua calda

Spezzami le ossa,
colpiscimi e fammi sentire
lo scricchiolio
delle mie ossa.
Non avere paura,
io non sentirò
niente.
Voglio vedere se dentro
c'è qualcosa,
voglio che anche tu veda.
Bucami il petto
e infila
la mano.
C'è niente?
Si sente qualcosa?
Neanche una goccia
di sangue,
nessun ritmo,
nessun dolore.
E allora mi viene da ridere,
è così divertente,
questa è la verità
alla fine,
su questo
si basa tutto.
O è meglio dire
niente?

Guadagnare grazie al nulla

A volte mi chiedo:
ma ha alcun senso che io aspetti che qualcuno mi ami?
Comincerò forse a vivere?
Non lo so, e poi chi l'ha detto che devo cercare di essere felice?
C'è la possibilità che questo non avvenga, forse non sono stato prescelto per avere questo privilegio.
Ho sempre avuto invece la presunzione che io queste cose le avrò,
che me le merito per come sono,

per la mia mente sopraffina forse.
Dovrei concentrarmi su qualcos'altro, scrivere per esempio,
continuare a scrivere a proposito del niente e guadagnarci soldi se è possibile.
Sarebbe una bella prospettiva, un esempio di inutilità remunerativa.
E forse lì sarei soddisfatto e non aspetterei più niente perché le cose che volevo
sarebbero già arrivate.

Nessun consiglio da dare

Questo è il momento in cui griderei volentieri per la noia.
Non c'è niente di notevole che io possa raccontare,
niente aneddoti insomma.
Nessun consiglio da dare, nessuna scintilla da fare uscire fuori.
Neanche infelicità o dubbi,
che comunque sarebbero argomenti su cui poter discutere.
Nessuna donna,
forse una,
ma comunque nessuna.
Sto seduto, sempre seduto
e non c'è niente di cui mi lamento,
divertente, no?

Esorcismo


Morirò nel sogno, morirò sul serio, morirò per divertimento, morirò nel sangue, morirò insieme al mondo, morirò mangiando carne, morirò tutti i giorni, morirò dormendo, morirò ad una certa ora, morirò con l'idea di dover vivere ancora, morirò tossendo, morirò schiacciato dalla luce del sole, morirò la morte più bella, morirò e sarò cibo per vermi, morirò d'amore, morirò perdendo dei soldi, morirò come muoiono tutti, morirò sotto la doccia, morirò nutrendomi bene, morirò alla stessa ora in cui sono nato, morirò in maniera imbarazzante, morirò e la mia morte farà morire tutti, morirò tra le braccia di dio, morirò con la penna in mano, morirò ora, morirò e non ci crederò, morirò in mezzo al mare, morirò di vita, morirò nascondendomi, morirò due e più volte, morirò per la patria, morirò di morte apparente, morirò vicino ad una chiesa, morirò come speravo, morirò di paura, morirò mentre scrivo la mia poesia più bella, morirò stanco di tutto, morirò dopo aver detto a qualcuno ti amo, morirò disprezzato, morirò pieno di debiti, morirò ubriaco, morirò pieno di salute, morirò senza fede, morirò senza alcun rumore, morirò in lacrime, morirò espellendo feci gloriose, morirò pazzo, morirò in un posto disgustoso, morirò in fiamme, morirò mentre annuso fiori multicolori, morirò con una parte del corpo in meno, morirò e i miei occhi vedranno la luce, morirò dentro un cinema, morirò per una distrazione, morirò per non dire più una parola, morirò completamente consapevole, morirò vestito male, morirò precocemente, morirò cadendo da una bicicletta, morirò parlando una lingua straniera, morirò e sarò dimenticato, morirò accarezzando un cane, morirò con uno starnuto, morirò con la schiena spezzata, morirò quando vorrà un altro, morirò per andare all'inferno, morirò di noia, morirò congelato, morirò e il mio cuore batterà ancora, morirò in una posizione molto comoda, morirò stando in fila alla posta, morirò perchè me lo meritavo, morirò su questa terra, morirò tenendo un discorso pieno di sciocchezze, morirò con una pallottola nel cervello, morirò senza un graffio, morirò pulito e profumato, morirò solo per vedere se le bare sono comode, morirò in un giorno di festa, morirò con l'alito cattivo, morirò con la gola tagliata, morirò in piedi, morirò certamente, morirò credendo nella bontà umana, morirò odiando qualcuno, morirò a cent'anni, morirò con tante cose da fare ancora, morirò avvelenato, morirò nel modo più spettacolare, morirò senza aver lasciato niente a nessuno, morirò aspettando che succeda qualcosa, morirò in preda al panico, morirò per essermi svegliato alle 7 di mattina, morirò con 5 litri di birra nello stomaco.

Venezia divinorum


La giornata dopo comincia con la neve. Non proprio neve, si potrebbe dire nevischio, ma comunque cade in una successione continua. È quasi rilassante vedere la sua caduta. Andiamo a fare colazione. Ci sono tutti gli altri clienti dell'albergo, hanno l'accento veneto ma non tutti. Ci sono anche stranieri e mi sento più in sintonia con loro, siamo nella stessa situazione di estranei. Mi conforta un po'. Mangio con gusto cose che non mangio mai. Burro, marmellata, succo d'arancia. In genere non faccio mai colazione ma in questo caso ho un immenso piacere. Finiamo la colazione ed usciamo. Abbiamo gli ombrelli e il freddo è tutto intorno a noi. Il traffico di gente è aumentato rispetto alla notte. Sembra tutta la stessa gente ma io non ho occhio per le differenze. Ma a sentirli parlare si capisce chi sono, turisti, maree di turisti, di tutte le genie e corporature. I veneziani sono di meno, le strade per loro non hanno la stessa attrattiva. Per cercare di orientarci abbiamo una cartina però la nostra passeggiata rimane comunque intricata. La cartina quasi vola via per il vento. Io un pò mi snervo, comincio ad avere repulsione. Francesca invece è tranquilla e cammina seguendo l'istinto. Io la seguo senza far caso a dove si vada e per quanto mi riguarda possiamo anche perderci. La nostra meta sarebbe S. Marco e pare che ci avviciniamo. C'è gente pitturata sul viso, ci sono pure maschere. Ma questa gente non è in un numero rilevante. Il fatto di lasciarmi andare al flusso mi piace. Non c'è bisogno di una meta, tutto è nuovo e tutto può essere una meta. Non so praticamente niente di Venezia, niente della sua storia o cultura. Non mi sono mai informato. Ma questo non è un problema. Io non voglio sapere niente, niente di detto o scritto. Tento di farmi attraversare dalla sua anima. Ancora non ci riesco, ma aspetto, nonostante l'insieme delle cose mi innervosisca e infiacchisca. Francesca è tutta presa dai suoi pensieri. Mi ascolta con poca attenzione. Sembra attenta a tutt'altro. Forse lei riesce a farsi attraversare dall'anima della città. La invidio ma vorrei pure parlarle anche se non so di cosa. Continuiamo a camminare, è l'unica cosa certa. Tutto a me appare uguale, uguale perché nuovo. Solo con l'esperienza ci si può accorgere delle differenze. Per me è tutto un insieme, un agglomerato. Tutto omogeneo e comunque mi affascina. Ma il viaggio non lo sta facendo soltanto la mia mente. Pure il mio corpo ne gode qualcosa. Mi guardo un po' intorno, da tutti i lati. Cerco qualcosa che mi gratifichi gli occhi. Trovo più interessanti le straniere, vorrei fermarle e fare conoscenza. Ma Francesca con il suo flusso incessante mi trascina e io non ho molto tempo di pensare a come gratificare il mio corpo e la mia repressa smania sessuale. Saliamo su un ponte più grande degli altri. È pure il più famoso, mi pare si chiami Ponte di Rialto. Sta sopra il canale più largo. È un'attrazione ma a me questo non interessa. Riconosco di non avere alcun istinto da turista, non mi tocca affatto tutto quello che interessa agli altri. Francesca mi chiede: "E allora perché sei venuto se non ti interessa quasi niente?", "Non ti so dire, non lo capisco neanch'io, forse non sono tagliato per il viaggio. Almeno, la cosa che non voglio è essere un turista, mi pare così banale. Ma credo che questa sia l'unica maniera di viaggiare. O almeno l'unica che mi viene in mente". Dopo un po' che siamo sul ponte Francesca decide che ha freddo. Sotto è vestita solo con una gonna e delle calze pesanti. "Avrei dovuto mettermi i pantaloni." Io le do ragione. Mi dice che vorrebbe tornare all'albergo per cambiarsi. Mi dice anche che se voglio posso andare avanti da solo, mi da la cartina e poi mi raggiunge. Anche con la cartina ho la sicurezza di perdermi e l'idea non mi piace. Perciò le dico che ritorno con lei all'hotel. Il ritorno non è meno difficile dell'andata. Ci fermiamo spesso a controllare la cartina. Facciamo alcuni giri a vuoto, tutto un andare avanti e indietro e io impazzisco e maledico questa fogna di città. Comunque dopo un po' si trova la strada giusta. Rientriamo nell'hotel e andiamo in camera. "A me andrebbe di riposare un po', sono stanco," dico io come un lamento. Per Francesca va bene. Poi propone di fumare la salvia che abbiamo comprato prima di partire. Io dico di si. Allora mi metto a preparare la bonga a Francesca perché sembra impaziente di fumare. Quindi fuma affacciata alla finestra per non creare troppa puzza nella stanza. Se ne rientra e si siede sul suo letto. Mi dice che non le ha dato un buon effetto, non è soddisfatta. Allora mi metto a preparare per me. Me ne vado alla finestra e comincio a fumare. Prima accumulo il fumo, poi faccio l'ultimo tiro forte. Solo che sbaglio, non trattengo il fumo. L'effetto che ne viene è scadente. Sento solo qualche pizzico sulle braccia e nient'altro. L'altra volta che avevo fumato la salvia mi era piaciuto di più, avevo la sensibilità leggermente più fluida, le sensazioni erano nuove e strane. Quindi non mi sento soddisfatto e voglio riprovare. Preparo un'altra bonga e questa volta la fumo per bene. Chiudo la finestra e mi metto sul letto. Adesso è diverso, sembra la giusta sensazione. Ma questa è l'ultima cosa che penso e che so di aver pensato. Poi è tutto sfasato, non vedo più la mia realtà. I suoni sono ripetuti, non controllo più le orecchie, fanno quello che vogliono. Perdo il controllo di tutto ed è terrificante, dimentico le cose e il tempo e lo spazio è come se si frantumassero. Le immagini mi si schiacciano sul viso in continuazione e niente vuole stare fermo. È come un fotogramma ripetuto che mi schiaffeggia. E io non so come fermare il giro, è tutta una giostra. Io sono terrorizzato di essere rimasto bloccato in questo posto e non so come ci sono arrivato. Credo di vedere delle gondole rosse e mi pare che ci siano altre persone. Su una delle gondole c'è una dama settecentesca e non so chi è e credo che mi rida addosso. Ho la strana sensazione che sia tutta una pubblicità di supermercato. Faccio di tutto per liberarmi, altrimenti so che o impazzirò o morirò del tutto. Però continua, continua il vortice, non ricordo ma forse era pieno di immagini tremolanti, di linee fumose senza una sostanza, e tutto era flusso e corrente. Io sono terrorizzato. Grido basta o almeno mi pare di gridarlo. Poi comincia a liberarmisi la vista. Rivedo Francesca che mi guarda strano. Mi tende la mano e io con grande sforzo la afferro, per cercare di fermare me e il vortice che mi ha preso. Lei cerca di parlarmi ma non riesco a sopportarlo. Ascoltare mi rende pazzo. Però le tengo la mano e tento di contenere le sensazioni. I sensi sembra che ritornino al loro posto. Provo a parlare per spiegare l'esplosione che mi ha preso ma ho problemi ad articolare le parole, incespico sulla lingua. Non provo nessun dolore fisico, c'è solo la confusione più assoluta e violenta. Mi prende pure un caldo soffocante, cerco di togliermi i vestiti. Provo a distendermi sul letto ma non posso stare fermo. Comunque la violenza si affievolisce e prendo a calmarmi. Vedo tutto come mi ricordavo e mi viene in mente che avevo fumato. L'avevo completamente dimenticato. Adesso mi prende l'urgente bisogno di spiegare, di provare a descrivere. Cerco di dire a parole ma capisco che è inadeguato. Mi faccio confuso, appassionato, devo riuscire a far capire che m'è successo. "Il mio buon senso mi dice di non toccare più la salvia," dico a Francesca, "e sarei anche più tranquillo se non la toccassi neanche tu." È vera preoccupazione, non voglio che lei provi lo stesso. Quasi le imploro di buttare la salvia rimasta, non voglio che si tocchi più. Continuo a parlare ed è piacevole sentire che l'effetto se ne sta andando. Adesso sono libero e sano, quasi felice. Francesca da parte sua mi dice cosa ha visto dall'esterno ed è curioso non saperne niente. Dice che si sentiva un po' in colpa perché non riusciva ad aiutarmi. E io le sono comunque grato. Per adesso preferisco starmene in stanza, non voglio uscire, ho paura delle mie possibili reazioni all'aperto. Passano un po' di minuti e alla fine ritorno normale e tranquillo. Dico di uscire ed usciamo a respirare l'aria.

Il dubbio dell'attore


Dubbio,
continuo dubbio,

martellante e sempiterno dubbio,

dubbio di non possedere alcuna verità,

dubbio teatrale,

dubbio che ogni mio fiato sia una battuta,

già scritta e pensata,

artificio e bugia,
posa inerte

di marionetta.

Un dolce peso


La mia piccola libreria comincia ad essere,
appunto,

troppo piccola.
I libri vanno a poco a poco spargendosi nella stanza,
occupando il loro polveroso posto.
Ammonticchiati uno sull'altro formano pile irregolari

e traballanti che è meglio non toccare.
E l'ordine, l'unico che io concepisco,

quello dei libri,

si sfalda
e così
mi ritrovo a dover camminare in punta di piedi
per non farmi franare addosso questo cartaceo peso.

In fondo io non mi lamento

dato il mio attaccamento,

il mio libresco feticismo
alla carta e al suo chimico odore,
eh si, odore di carta vecchia
che a me ricorda quello della vaniglia,
odore di inchiostro fresco di stampa,

odore di colla e pensiero rappreso.

E mi sorprendo sempre della falsa inerzia
che ha tutto questo,
della materia di cui è composto

e del segreto che trattiene al suo interno.

Frammento filosofico di uno schiffarato

La mente, strano accessorio umano,

si muove sempre e anche se volesse

non potrebbe fermarsi per rifiatare.

Per il suo continuo procedere,

per l'infaticabile girare vorticoso

che attua

la si potrebbe considerare come assoluto,

come unico elemento che sempre è.

Ma, mi chiedo, sarà sempre?

Non avrà mai riposo?

Il mio quadro preferito è il foglio pieno di scrittura


Il senso,
il senso
che sta tra le righe,
il susseguirsi continuo

delle parole nere sul bianco ruvido.

Non ho bisogno di leggere,

devo solo tendere gli occhi lì nel mezzo

e

cogliere la luce di quella parola,
di quell'unica parola

che mi faccia tremare,

e insieme a me

faccia tremare il mondo

Della comunicazione


Non sono mai stato capito. O almeno credo che sia così. Forse voglio che non mi capiscano, anzi è così, senza forse. Spesso quando mi parlano, quando mi fanno un discorso lungo e ragionato, pieno di idee che si pensano originali e intelligenti, non capisco. Io annuisco, controbatto con il mio punto di vista, recito la mia parte e faccio sì che un monologo diventi un dialogo ma quasi sempre mi metto a pensare ad altro, mi deconcentro. Sono convinto che buona parte delle parole che una persona si impegna di pensare e dire diventino inutili nello spazio che divide due persone che parlano, nell'atto di entrare nelle orecchie dell'ascoltatore. E' differente l'importanza che le persone danno alle parole e alle idee. Mi è capitato spesso di avanzare idee che credevo fossero geniali o almeno acute e di aspettarmi interesse e complicità da parte degli altri. Ma venivo quasi sempre deluso dalla reazione che vedevo. Così adesso mi difendo sminuendo la mia idea già in partenza, dicendo che è "una cazzata, un'idea così che mi è venuta". Mi chiedo se anche gli altri soffrano di queste delusioni comunicative o se se ne fregano continuando a essere contenti delle proprie idee. Esiste la paura di dire cose stupide, perchè se poi le dici la gente può pensare che lo sia tu stesso, stupido. Ma penso che questa sia una paura tra le meno essenziali alla vita perchè tanto è più facile non essere ascoltato e capito che il contrario.

C'è poi la questione -o forse sarebbe meglio dire dubbio- se quando parliamo siamo onesti o spontanei, se diciamo quello che pensiamo, se diciamo cose "vere". Che cos'è poi questa verita che vorremmo comunicare? E' così importante? E' così primaria? Ma forse voglio solo ironizzare perchè mi manca il coraggio di fare diversamente. Pensare che anche gli altri non mi capiscano o non mi vogliano capire mi facilita le cose, facilita la mia maniera di vedere. Se avessi la speranza crederei che la gente riesca a trasmettersi quasi empaticamente cose vere. Ma non mi è per niente facile. Vivo nel continuo conflitto tra il non credere nella verità nella comunicazione e il volerla perseguire. Penso che sia patetico, perchè quando vuoi fare una cosa la dovresti fare, non pensarci su e teorizzare. Adesso che scrivo è ancora più difficile essere spontaneo perchè penso al bello scrivere, allo stile e le cose di cui parlo non sono cose che mi angustiano nel bel mezzo di una discussione reale. E' solo voglia di scrivere qualcosa. Una teoria che non cambierà niente, che non cambierà nessuno e neanche me.

Memoria fotografica

Poi dopo dimentico il tuo viso.

Dopo poco, dopo che l'ho gustato lentamente.

Ed è un paradosso perchè tu sei l'oggetto

di quello che credo sia amore.

Amore, una parola che non mi piace scrivere,

ma qui ha trovato il suo posto, qui va scritta.

Così ogni volta cerco di trattenere il ricordo,

cerco di imprimerlo nei risvolti delle cornee.

E lì rimane per il tempo che mi è concesso,

sperando che duri.

Critica letteraria

Cosa c'è di meglio

delle persone con un corpo

e del sangue che scorre?


Tutte le parole hanno vita

ma

poi si capisce che sono cose morte.


Fiato sprecato forse,

ma che c'è da dire?

sabato 3 gennaio 2009

La conoscenza infantile della morte

Quand'ero un bambino si parlava spesso di morte.

La nominavamo come fosse niente, perché non ne avevamo coscienza.

Era un'entità che ci sovrastava, niente di minaccioso a dire la verità.

Non avevamo paura, non pensavamo a niente, giocavamo e basta.

Tutto questo perché la morte non era la morte, ma solo la parola con cui chiamavamo i tombini.

Non so il perché, per noi era solo una bocca che ingoiava i nostri giochi.

Piuttosto macabro per dei bambini, però noi non ne sapevamo niente.

Muoversi come le foglie


Sono un bastone che cerca di stare in piedi.

Che vorrebbe muoversi ma senza la coscienza del movimento,

come le foglie che cadono lentamente e non hanno bisogno di parlare.

Mi sento dire che è tutta questione di preparazione,

che la vita è impegno e volontà.

Tutto è semplice se si vuole,

basta non avere paura di ciò che è semplice

La guerra è finita


Doveva esserci la luna piena

perchè i cani si sono messi ad ululare.

Forse un minuto, un lamento colletivo

che mi ha svegliato.

Ho avuto la sensazione che fosse un avvertimento.

Qualcosa stava per accadere

e io già mi aspettavo che mi cadessero in testa bombe,

sangue e lacrime.

Era cominciata la guerra,

la gente aveva cominciato ad ammazzare,

la gente era armata e furiosa.

Non volevo guardare fuori dalla finestra

perchè non avrei visto niente e mi sarei sentito stupido.

Non ci sarebbe stata nessuna goccia di sangue, nessuno sparo,

nessun eccesso di vita, nessun pugno nei denti,

niente ossa rotte.

La strada dormiva tranquilla

senza sapere niente

delle mie speranze nè delle mie delusioni.

Poesia dei gatti


Ho visto un gruppo di gatti e ho avuto voglia di scrivere una poesia,

poesia degna di descriverli,

capace di sostenere il loro sguardo.

Ho osservato come si muovevano

e avevo non so come la certezza che il loro corpo e la loro anima fossero fatti della stessa sostanza,

dello stesso sinuoso movimento.

Camminavano come se non toccassero il terreno, come se non avessero il peso per lasciare impronte.

Attiravo la loro attenzione e li guardavo negli occhi,

vedevo che saltavano da un posto all'altro e sembrava che fossero consapevoli della loro pura e leggera bellezza.

Era tutto così ipnotico, poi alla fine ho dovuto smettere di guardare.

Poesia delle budella


Se ci fate un po' caso

il nostro senso

lo troviamo nelle budella.

Non nel cuore, né nella testa, né nei coglioni.

Ma nelle budella.

Da lì passa l'anima e la carne, lì siamo completi e soddisfatti.

Stringetevi la pancia e farete introspezione.

Tutto va lì, tutto viene da lì.

Senti le cose da come stanno le tue budella.

Loro capiscono prima di te.

Hanno grande intuito.

venerdì 2 gennaio 2009

Ali e zampe di mosca (vita, vita, vita…)


Afferro una mosca

che ronza

e la tengo

chiusa

nella mano.

Sento

il suo ronzio

sulla pelle.

Le stacco le ali

e poi

le zampe.

Il rumore

è sordo

e atroce.

Cosa rimane alla mosca?

Cosa rimane a me?

Sproloquio n. 4 (o Sproloquio sillogistico)


Aristotele ha detto che tutto tutta la materia cerca di arrivare alla forma dell'atto puro, a dio. Aristotele vuole dire che la vita o Essere sono questo continuo sforzo.

Io ne deduco questo:

L'ateismo è negazione di dio ed è negazione del divenire Aristotelico.

Io nego la vita, nego la possibilità di prendere forma.

Ma la mia carne invece è in continuo divenire.

Questo dimostra che la carne ha una certa fede, che la fede è carne e perciò è in continua putrefazione.

La mia vita cerca di essere pura e mentale, la mia vita è sinonimo di morte.

Le chiese sono insieme culle e bare, non so che farci, ho di queste visioni e di ciò io mi dolgo.

Da quando ho conosciuto Aristotele sono roso nei miei angoli più duri, non so se per lui provo odio o amore.

Preso dalla vita sociale dico solo che tutto va bene

Ogni volta che mi chiedono come va io rispondo che va tutto bene

e so che è un'invenzione,

pura letteratura,

merda soltanto, soltanto merda.

Nessuno può ascoltare,

né il vero

né il falso,

è inutile credere di vivere e amare allo stesso tempo.

La verità è conficcata nello stomaco e non uscirà mai a prendere aria,

la verità vorrà sempre che io dica che tutto va bene.

Avere il sangue nelle vene


Avere il sangue nelle vene
questo è ciò che è importante,
che è essenziale.
Il braccio intorpidito,
il sangue
che
scorre
di
nuovo,
fuoco e dio
che mi prendono il braccio.
E mi dico che vivo,
che deve essere così,
per qualche motivo,
ciò
che
non
so.



L’innocenza è bere tequila fino a morire


Solo morire,
solo in quel momento avremo tutto chiaro
ma perfino un gatto e un topo ne sapranno di più.

Comunque la paura ci sarà sempre a farci compagnia,
è come i fiori
che in ogni momento sbocciano
e invecchiano
e infine muoiono.

E le cose che facciamo
e non sappiamo perchè,
girare per strada, studiare,
coltivare la terra, prenderlo nel culo,
non ci faranno guadagnare
né l'inferno
né il paradiso.

Domande retoriche in sequenza


cosa ho nel mio mezzo?

cosa

nel mio cuore filamentoso

e

anima lacrimevole?

cosa mi apre dall'interno

a morsi

interrogativi?

cosa mi sgranocchia?

cosa la mia polpa granulosa?

cosa, mi chiedo, cosa?

qual è

il-principio-e-il-Caos

che

mi succhia dalle vertebre

il dolore

non già

scandagliato?

cosa è la mia anima

se non

pura teoria gassosa?

cosa

il mio continuo domandare?

cosa sono io

se non

io-e-solo-io?

Sproloquio n. 3 (Sulla poesia)


La poesia, proprio bella la poesia, non c'è che dire. E' l'unica cosa che fa rivivere la vita, nel modo migliore, sicuro. Mi aiuta proprio la poesia, è la mia medicina dolce dolce. Dipendo da essa, è l'unica dipendenza a cui riesco a sorridere, si, mi piace, mi tira e mi stropiccia gli angoli della bocca. Ci perdo le ore a trovare le parole della poesia, le meno banali e ovvie, le più vicine alla sensazione del fuoco. Il fuoco. La poesia è proprio fuoco, fuoco e idee pure pure che ti escono dalla testa e che ti vibrano nella mano, e ti fanno scrivere male e illeggibile, così che me le leggo da solo e ad alta voce, solo questo posso fare, come se mi masturbassi e venissi sul foglio.

Io le mie poesie le scrivo solo con la matita, niente inchiostro, non lo voglio proprio tra le parole della poesia. Non so perché, mi piace di più vedere la matita, tra le mani, proprio così, è un'ideuzza che mi è venuta.

Forse, l'unica cosa che riesce ad avvicinarsi alla poesia e a resistere a tale vicinanza è la psicanalisi, quella presuntuosa e delirante e semidivina cosa inventata dal grande Freud, il Sigmund sniffatore fissato alle cose del pene e della sua invidia, proprio quello lì, il maniaco dei sogni. Io la penso così, la mia matita è il mio Freuduccio caldo e domandante. Si, proprio, mi fa domande e io rispondo sulla carta, e mi piace tanto rispondere, ci rimango soddisfatto e felice di me stesso per le risposte belle che ho dato.

Non sapete mica cosa vi perdete, voi stupidi pensatori razionali e inimmaginanti, senza questa cosa qui che è la poesia. Non vi potete divertire senza di lei, non vi crederei se mi diceste che siete diventati felici o comunque qualcosa senza una dose vitale di idee in poesia. State attenti, ascoltate le mie vere parole, la vostra coscienza potrebbe diventare un cumulo di numeri e di scariche elettriche, l'inerzia peggiore.

Ma forse mi sopravvaluto, come sempre perdo umiltà a fiotti caldi. Neanch'io sono un maestro, non riesco mica sempre a controllare la potenza della poesia, io. A volte la matita scotta proprio, e l'ustione blocca le uscite delle idee, e loro restano schiacciate dentro le ossa, fottute. Ma è l'ustione più bella, questa, la più bella che si possa sentire. Si, la pelle rimane felice, sorridente e grata, e le bolle contengono acqua dolce, buona.

E' da provare, garantito, la poesia è da provare. Non c'è niente da perdere. Forse si perde tempo, forse neanche quello, tanto se ne perde comunque, di tempo.

Si, alla poesia devo essere grato, dovrei baciarle i piedi, ma lei non ne ha piedi, è talmente perfetta. Tutto questo è per lei, forse basta, ma forse no. Sono comunque soddisfatto e preso dalle cose, che è il miglior modo di vivere.

Sfogo di pelo ed anima

Mi tolgo un pelo

ed è tutto il mio animo che reclama

calore

e

luce.

Esce ed esce dal mio perpetuo poro intimo,

serpeggia ed è sinuoso

come il nulla.

È la mia anima tirannica,

che io amo alla follia

e che tento di bruciare

per annusarne

il midollo.

Prolifera da tutti i miei buchi

e grida orgasmi

e

sangue che è mio come le mie lacrime.

Io sono cavo e riempito dal mio nero disgusto,

ho il sospetto della

mia mostruosità

e mi nascondo pieno di fitte

intestinali.

Io voglio

che mi si faccia respirare

ma

l'amore della mia anima

mi brucia i polmoni.

Allora io muoio,

non c'è altro,

non c'è luce

da succhiare

o

da gustare,

io muoio preso da fame di spirito e ossa rotte,

io muoio senza che ci creda.

Sproloquio n. 1


Sto ascoltando Bach. In questo momento scrivo parole e ascolto musica classica. E' piacevole, è veramente una bella sensazione credersi un artista pieno di ispirazione scottante, e questa musica aiuta in questo. Lei ti innalza e tu esci, esci da tutto quello da cui puoi uscire. Esci dal corpo, esci dalla tua testa che è poi parte del corpo, esci dalla stanza, dalla casa, da tutto, l'ho detto, è meglio non dilungarsi e stancare così la mano.

Ho cominciato ad ascoltarla per un consiglio di Bukowski. Mi sento stupido a dirlo, e probabilmente lo sono, ma ho preso questa abitudine per semplice spirito di emulazione. Faccio quello che fanno gli altri, ma dico sempre di fare cose diverse, dico di volerle fare. Diverse. Sono un ipocrita. E' inutile che io provi a difendermi, ormai sono perso, ho perso. Però mi piace, questa musica stuzzica la mia mente. Mi piace, e perché dovrei farmi problemi, se mi piace, se stuzzica la mia mente? Credo di aver voluto emulare una bella cosa, credo che questa sia una cosa positiva, apprezzabile. Io non sono originale né diverso. Ma ho buon gusto nell'emulare, questo si può dire. Voi che ne dite? ah, vero, io non vi permetto di rispondere. Io sono un fottuto stronzo che non sa ascoltare, gli scrittori non sanno ascoltare. Abbiamo tante cose da dire, pretendiamo che qualcuno ci ascolti, lo vogliamo stordire con le nostre parole, pensiamo che gli piacciano, siamo presuntuosi e vanitosi, testardi, cattivi. Lo scrivere è un atto dispotico, siamo tutti despoti, tutti tiranni con la penna in mano. Che brutte persone. Isolateci e sputateci addosso.

Comunque prima dicevo di Bach. Mi piace, l'ho già detto, mi sento stupido per averlo già detto, ma tutti ripetiamo concetti vecchi. Voglio ringraziare Bukowski. Ehi Charles, se mi senti, ma so che non mi senti, grazie. Ma tu non puoi rispondere, come tutti. Che cazzo!

La mia vita precedente passata come città fottuta da cazzi di legno


Io sono Troia nell'attesa del Caos che verrà in forma di cavalli vuoti all'interno, e mi lusingherà prima, parole dolci a non finire e senza senso.
I cavalli mi lasciano schegge sullo sfintere, sfintere dolorante e molliccio.
È colpa di Ulisse, che ora è beato con la sua dolce Penny tra le gambe, che gli fa dimenticare le sirene e la cera e le corde, con la sua bocca esperta di maglia.
Sono Troia dei giorni migliori e adesso perdo la mia unità architettonica.
C'è l'Osso che mi guarda e ride e io non so che dirgli, ma non era cieco?
È tutto così bello da vedere, ma è la mia materia a consumarsi tra saliva e boli terrificanti.
Non dovrei avere voce, io, dato che sono un feticcio, ma ho la mia pazzia e i miei templi erotici sollazzati, quindi ascoltate, perché ve la voglio regalare la visione.
Sono Troia tra le fiamme e tutti pensano a fondare città, vengono dimenticate in fretta le meretrici del mondo.

Resurrezione

Fino al momento della mia resurrezione dovrò stare a guardare.
i miei occhi si stancheranno ma il fluire non morirà,
ci sarà sempre qualcosa da vedere,
anche quando ci sarà solo nulla.
Il monotono susseguirsi di tutto questo
ingoierà senza fare alcun rumore tutto quello che sono,
tutto quello che potrei essere,
tutto.
E così sarò nulla nel nulla di questa digestione mistica e trascendente.
Sarò nulla in attesa, in smaniosa ed epilettica attesa del Tutto,
o almeno di qualcosa di vivibile.
Ma cosa blatero e farnetico?
cos'è la resurrezione?
Niente.
e io allora rimarrò fermo,
in attesa,
stupido di stupida speranza.

Esecuzione in prima persona



La mia testa è stata tagliata.

un colpo netto.

sento il calduccio del sangue.

la pelle è sporca, i miei occhi lucidi.

la gente sghignazza, la gente festeggia, la gente è lì.

i miei sensi chiedono spiegazioni, sono confuso, aspetteranno.

imploro perdono ma è troppo tardi.

la mia anima va alla deriva tra mille fischi compiaciuti.

è tutto fango e sangue, un buon sapore.

mi chiedo se c’è una fine, il dolore c’è sempre.

la lama non scintilla, il sangue è già rappreso, il sangue non ha più scopo.

le risate si divertono, i denti sono in mostra.

la morte è una lunga risata strafottente.

Caos eccitato

Senti sono qui proprio qui guardami per bene ammirami nel mio splendore vieni vieni vieni tra le mie gambe tra peli e peli lecca lecca fallo ben bene poi io il mio turno lo faccio con godimento lo faccio e godo sai sto sudando e respiro puzza tu sei tu che rendi questo così bello ti voglio per sempre la tua bocca e lingua le sai usare tra le gambe sei esperta le tue gambe le tue cosce belle morbide me le spalmo sugli occhi e grido il piacere mi tiene per le palle per i peli del cazzo sai sai io ti amo io ti scopo sono vergine e ti scopo vieni qui e amami amami amami come sai e come sanno i tuoi seni le tue tette lattose che succhio la saliva ti copre e sgusci via io ti tengo con i denti per i capezzoli splendenti del tuo oro sei una regina che comanda io ti seguo sono il re che ti soddisfa e mi soddisfi sai ti amo il mio cuore esplode ti ricopre di sangue non so perché è bianco il sangue fremo e tremo fremo e tremo tremo fremendo e abbiamo le lingue nelle nostre bocche reciproche sai di buono tu sei così dolce e io perdo la testa ce la perdo e gusto tra le tue cosce i tuoi liquidi di carne così carnosi gnam gnam slurp gnammo e slurpo su di te e tu fai lo stesso fai pure fai pure sono dentro il tuo dentro è così bello ce lo lascio lì dentro il mio corpo e i miei pezzi se non ti dispiace a te non dispiace vero? oh che bello io ti amo ti amo proprio te l’ho detto che ti amo te l’ho detto che ti amo? basta io adesso muoio non c’è altro c’è solo te e me e a me basta io muoio.

Vetro


Mi vidi riflesso sul fondo di un bicchiere. Ero io quello lì, quello soffuso di verde, quello luccicante. Il fondo del bicchiere non mi voleva, ma io ero lì e volevo rimanerci. Era un bel posto, quello… ci stavo bene. Era un utero cristallino, comodo e accogliente. Accogliente nelle forme, non nelle intenzioni. Voleva che io uscissi, nato tra mille uuuè-uuuè umidicci e appiccicosi.

L’ostetrica era bramosa, desiderosa di me. Voleva abbracciarmi e succhiare via il mio ossigeno di prima mano. Le piaceva un sacco, che ghiottona che era!

La mia mammina trasparente mi voleva vedere, voleva vedere il suo poppante. Non ero come si aspettava, ma andavo comunque bene (un figlio è pur sempre un figlio…). Mi accarezzò, le sue mani erano dure e fredde, io ebbi un brivido lungo i pochi centimetri della mia schiena ancora non curvata. Mi faceva le coccole. Pensavo sorridesse, ma guardavo il suo viso e vedevo dietro di lei.

La mia vita cominciava tra mille tintinnii…